Anziani, protagonisti di una storia …..a lieto fine?

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Negli ultimi 20 anni si è assistito ad un progressivo invecchiamento della popolazione, e questo ha modificato spesso la struttura famigliare e ha condotto a reinventarsi un ruolo differente all’interno di essa.

Tutti noi sappiamo che nel corso della vita affronteremo e “migreremo” tra diversi ruoli nel contesto famigliare e nella società mantenendo però alcuni di questi ruoli contemporaneamente e “costringendoci” ad adattarci ad una continua situazione in divenire. Questa sarà la nostra storia che si intersecherà con quella degli altri e ci vedrà cambiare profilo, talvolta costringendoci a fingere o a “essere a tutti i costi” per mantenere il profilo che nel tempo ci viene affidato nella storia. Ciò che poi talvolta accade è che il ruolo che il gruppo degli attori della nostra storia ha deciso essere il nostro non rispecchi più il nostro modello ma nonostante ciò tutta la società intorno insista e acclami questo ruolo nonostante all’attore protagonista non calzi più ed egli faccia di tutto per mostrare che non gli corrisponde più fino poi, magari, a rassegnarsi ad aderire ad un’idea e ad un modello predefinito che spegne ogni individualità e ogni guizzo di soggettività.

Questo ahimè è ancora il destino comune di molti anziani. Nonostante la cultura geriatrica abbia fatto passi da gigante e negli ultimi anni e si sia passati da una cura orientata alla gestione dei problemi sanitari ad una cura orientata alla prevenzione, al benessere, nell’immaginario comune è ancora presente l’idea che l’età geriatrica è l’età della fine e dell’attesa passiva. Questo porta sovente a “dimenticarsi” della categoria o ad assumere atteggiamenti che identificano le persone anziane come limitate, dipendenti, cognitivamente non reattive… Molti dei fatti di cronaca che possiamo leggere ce lo ricordano. Questi ultimi due anni vissuti in pandemia hanno riportato alla luce la fragilità degli anziani e degli anziani in struttura, orientando nuovamente l’attenzione alle patologie che li hanno resi le persone maggiormente esposte ai rischi da Covid19 distogliendo di nuovo lo sguardo da ciò che sono ancora in grado di fare e da quello che è il loro ruolo nella storia ( preciso che non è una critica ma una considerazione su un fatto oggettivo e sottolineo quanto sia stato importante evidenziare quanto stava accadendo anche per stimolare assunzione di responsabilità e senso civico). Purtroppo questi due anni sono diventati per molti, anni di attesa, senza motivazione e non anni di vita. Questo spinge ad una riflessione più ampia sul concetto che nella società abbiamo di vecchiaia e di vecchio che spesso porta con sé pregiudizi e convinzioni generalizzate perdendo di vista la necessità di osservare e conoscere per orientare la cura. Tale atteggiamento tende ad azzerare le possibilità e le risorse rendendo gli anziani Vittime dirette di comportamenti e atteggiamenti di cura non orientati al loro benessere portandoli a ritenere che un investimento verso futuro benessere sia inutile. Studi hanno mostrato che quando i sanitari hanno ridotte aspettative nei confronti dell’anziano che si cimenta in test cognitivi ed in qualche modo ricordano gli stereotipi negativi della vecchiaia, riscontrano poi risultati ai test peggiori mentre quando orientano l’anziano a dare il meglio ricordando caratteristiche positive legate all’anzianità, suggerendo in qualche modo che può ottenere buoni risultati, arrivano risultati migliori, e questo a parità di diagnosi nei primi e nei secondi. Ciò a mostrare quale influenza può avere un pregiudizio sulla vita di una persona. Di seguito un link ad approfondire il tema. (https://www.alzheimer-riese.it/contributi-dal-mondo/esperienze-e-opinioni/10155-tre-modi-in-cui-gli-stereotipi-negativi-sull-invecchiamento-diventano-realta)

Altra questione rilevante la si riscontra osservando ciò che accade quando un anziano è vittima di truffa. Quando questo accade spesso le considerazioni della platea intorno all’anziano si orientano ad identificarlo come “uno che non può più stare da solo” oppure “ormai è vecchio, non capisce più”, o “sta perdendo, una volta non ci sarebbe cascato”, associato a domande del tipo: “ma come hai fatto a non capire che ti stavano fregando?”. Questo atteggiamento si conclude poi sovente con una istituzionalizzazione dell’anziano che in tal modo viene vittimizzato due volte: la prima ovviamente dal truffatore, che magari gli ha portato via la pensione o i risparmi di una vita(qui dunque identifichiamo un reato ed un’esperienza traumatica); la seconda dai famigliari e dalla comunità intorno a lui che dimenticandosi che spesso chi fa questo “mestiere” (il truffatore) è molto bravo e prenderebbe in castagna chiunque, e presi dalla preoccupazione dell’accaduto, sono portati a pensare che ci sia qualcosa che non va più nel loro caro o nel loro amico. Tale atteggiamento però porta a svalutare e non tutelare, concentrandosi su eventuali mancanze dell’anziano anziché condannare il truffatore; a chiudere anziché a creare una rete di supporto e tutela , anche territoriale. https://www.comune.brescia.it/news/2014/Agosto/Pagine/Truffe-agli-anziani.aspx

Questo solitamente conduce poi l’anziano a convincersi di non essere più in grado di provvedere a se stesso, di essere in declino, di essere arrivato “a quel punto”, ovvero quello in cui non vale più la pena orientarsi al futuro, pianificare e programmare i giorni a venire abbandonandosi ad un destino inevitabile e quindi spegnendosi a poco a poco. Di seguito un filmato che illustra le problematiche presentate e soluzioni adottate nel Bresciano.

https://ms-my.facebook.com/SeniorItaliaFederanziani/videos/1061799584572400/

Certamente nessuno suggerisce di non fare i conti con reali perdite di autonomia o difficoltà che possono intervenire nel percorso di vita ma ritengo sia fondamentale lasciare che ciascuno resti protagonista della propria storia essendo accompagnato nelle scelte e lasciando che ciascuno decida liberamente sfruttando le proprie abilità e strategie per ottenere ciò che di meglio può avere dalla propria rete, dal proprio territorio e dalle proprie risorse rimanendo sempre concentrati sull’oggettività dei problemi che si incontrano e non cadendo nell’errore di identificare il problema nella persona anziché in un fatto (spesso reato).

Dott.ssa Alessandra Goi

Psicologa Psicoterapeuta

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